Morire per un fazzoletto (racconto di Alfredo Passante)

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Morire per un fazzoletto (racconto di Alfredo Passante)
17 Mag
2017

Tutto, tutto, tutto è memoria (G.Ungaretti)

Morire per un fazzoletto

Quando qualcosa non andava nel verso desiderato, nonno Alfredo imprecava contro il destino, reo, a suo dire, di essersi incattivito con la famiglia Passante e a riprova del suo convincimento, finiva spesso con il raccontare la tragica, assurda fine del suo omonimo parente, fratello dell’arciprete Francesco Passante. Quel racconto si è depositato nella mia memoria insieme al desiderio di essere un giorno capace di scriverne, senza limitarmi però alla cruda cronaca di una tragedia per molti versi inspiegabile. Quando qualche mese addietro l’avv. Carmela Roma mi ha fatto gentilmente pervenire il santino per defunti di Alfredo Passante, ritrovato casualmente tra le carte del consorte avv. Gualtiero Prete, ho pensato che era giunto il momento di dare corso a quel mio proposito. Non sono però riuscito a sapere nulla della vita di Alfredo morto nel 1925. Chi poteva aiutarmi a tratteggiare, se pure sommariamente, la sua breve esistenza, non è più tra i vivi. Ho pertanto lavorato di fantasia. Il risultato è il pezzo che segue, nel quale Maria ,personaggio immaginario, è stato da me volutamente inserito nel racconto per fissare in una cornice romantica la storia di quel tragico giorno .

“Ha circa 35 anni Alfredo Passante nel 1925. Vive serenamente tra la famiglia e la campagna. Non ha preso moglie. Generoso e sempre pronto alla fatica, si è sobbarcato l’onere di provvedere con il suo lavoro al mantenimento della sua famiglia. Il fratello Francesco, di nove anni più grande, già distintosi per la sua profonda preparazione culturale, per la sua semplicità disarmata e disarmante e per la totale assenza di ogni forma di doppiezza, è diventato arciprete in Santa Maria della Vittoria, mentre la sorella Antonietta è riuscita a laurearsi con il massimo dei voti in lettere classiche presso l’università di Napoli, in tempi nei quali per una donna studiare in una città così lontana era qualcosa di impensabile. Il 27 aprile di quell’anno, Alfredo si pone, come ogni mattina quando il tempo lo permette, alla guida del traino lungo la tratta San Vito-Brindisi per condurre alcune donne e la madre ai lavori nei campi. Quando nell’autunno del 1967 Francesco commenterà, in occasione di una mostra tenutasi a San Vito, una tela del conterraneo pittore Franco Ruggiero, forse la sua memoria volerà a quel fatidico 27 aprile del 1925: “un traino procede tranquillo per la strada, sotto un cielo luminoso e calmo; immagine dei nostri contadini d’un tempo laboriosi e tranquilli, ai quali era sufficiente il pane quotidiano, frutto di lavoro senza ansie e preoccupazioni”.

Quel 27 Aprile del 1925 il cielo è luminoso, non calmo però. Tira vento, come spesso accade nei mesi primaverili e l’erba, già alta, ondeggia sotto la sua carezza. Nemmeno il cielo che sovrasta la Capitale è calmo. L’assassinio di Giacomo Matteotti avvenuto nel Giugno del ‘24 ha creato subbugli. L’opposizione non riesce, però, ad arginare lo strapotere del Duce, che grazie anche all’ignavia della imbelle monarchia, finirà da quel momento col mettere la mordacchia a quanti cercheranno di contrastare la sua dittatura. Ma Roma è lontana e l’eco delle vicende che là si svolgono non incide minimamente sul tran-tran quotidiano della comunità sanvitese.

La grande guerra è finita da qualche anno e tutti, ancora memori dei disastri e dei dolori che essa ha provocato, sono impegnati, soprattutto con il duro lavoro nei campi a cercare di ritrovare fiducia nel futuro. Le giovani donne sul traino chiacchierano in modo pacato. La presenza di Irene, madre di Alfredo, donna religiosa ed integerrima, condiziona la loro animosità. Alfredo di tanto in tanto sorride sotto i suoi baffi. Accade quando le voci si abbassano fino a diventare un bisbiglio. Comprende che le giovani non vogliono far trapelare il contenuto dei loro discorsi perché probabilmente lui ne è l’oggetto. Una delle giovani, Maria, quando l’ha aiutata a salire sul traino, si è attardata per qualche attimo nel trattenere la sua mano e nello stesso momento gli ha rivolto uno sguardo che lo ha turbato profondamente.

Lui non ha mai conosciuto donna. Prima la guerra e poi le responsabilità della famiglia non glielo hanno consentito. Per la prima volta sente qualcosa che si agita nel cuore. E’ un tumulto di emozioni. Il viso si avvampa, la gola si secca. Quello sguardo lo ha attraversato da parte a parte e lui sorride sotto i neri baffi perché la vita sembra promettergli qualcosa che non ha mai provato prima. Le giovani stanno ora ridendo e Alfredo è tutto intento, con le orecchie ben tese, a cercare di capire quale risata appartiene a Maria, quando, improvvisamente, vede svolazzare proprio davanti a se uno dei fazzoletti che le giovani portavano annodato al collo. Una di loro lo ha perduto o lo ha lasciato volutamente cadere. In un attimo Alfredo si rende conto che quel fazzoletto appartiene a chi ha trattenuto con dolcezza la sua mano. Non può essersi sbagliato. Lascia le redini nelle mani di mamma Irene che siede al suo fianco, salta di slancio dal traino e si butta all’inseguimento del fazzoletto che, sospinto dal vento, si solleva, vola, ricade, si sposta zigzagando. E sta quasi per raggiungerlo, ma già troppo in ritardo/ E sta quasi per raggiungerlo, ma troppo in ritardo. Lui però non desiste. Ci tiene a recuperarlo perché pregusta il momento in cui potrà sentire sfiorare nuovamente la sua mano dalla mano di Maria. Gli occhi seguono trepidanti il fazzoletto mentre il cuore segue pensieri che lo isolano dal mondo circostante. Sopraggiunge una corriera, uno dei pochi mezzi che allora transitavano sulle strade. Il suo autista è certo che quel giovane l’abbia vista e sentita e che di conseguenza si sposterà per scansarla. Ma Alfredo è concentrato solo su quel fazzoletto e sullo sguardo grato che riceverà quando lo restituirà. Finalmente riesce a raggiungerlo. Oplà… la sua mano vi è sopra… lo tiene fermo sulla strada… sta per sollevarlo trionfante. Non sente le urla di disperazione delle donne rimaste sul traino, né riesce a vedere le loro braccia sollevate al cielo come quelle delle pie donne sotto la croce. Proprio in quell’attimo la corriera gli piomba addosso. Davanti ai suoi occhi ogni color s’estinse e volò per sempre nei venti la vita. Il suo corpo rimane straziato sulla strada davanti agli occhi di mamma Irene che lo piange come la Vergine pianse sul corpo del Cristo morto.

Il paese commenterà l’accaduto imputando alla disattenzione la causa di quella tragica fine. Ma cosa ha determinato quella disattenzione? Alfredo avrà certamente percepito l’arrivo della corriera. In quei brevissimi istanti ha però temuto che se non fosse riuscito a recuperarlo, il fazzoletto sarebbe finito sotto le sue ruote, diventando così inservibile. Un fazzoletto è per il geloso Otello di Shakespeare la prova della presunta infedeltà dell’amata Desdemona. Per Alfredo il fazzoletto volato per strada è invece qualcosa che gli lascia intravedere la possibilità di una vita nuova. Per questo lo ha caparbiamente inseguito. Per questo non vuole tornare sul traino a mani vuote.

C’è una serie di incisioni fatte da Max Klinger verso la fine del 1800. Una donna perde o lascia cadere volutamente un guanto su una pista di pattinaggio. Un uomo, che segue con lo sguardo la donna, di cui è innamorato, si accorge della perdita e si precipita a raccoglierlo. Nel farlo perde a sua volta, come si può osservare guardando l’incisione, il cappello. Quando si vuole salvare qualcosa o qualcuno bisogna talvolta mettere in conto una perdita. Nell’incisione di Klinger il protagonista perde il cappello. Ad Alfredo andò peggio. Per recuperare un fazzoletto e con esso il sogno di un amore, perse la vita”.

                                                                                                                                                                                                                                                                                 Alfredo Passante

Le parti in corsivo sono tratte da: “Aperti allo Spirito” di Maria Auxilia Cassano; “ Città di San Vito dei Normanni” di Mons. Francesco Passante (a cura del prof. Angelo Pagliara); “Il guanto” di Francesco De Gregori